Meglio morire boss a vent’anni

Meglio morire boss a vent’anni

pistola 2

Sono nato a Napoli Nord.
Mio padre faceva l’operaio metalmeccanico e mio nonno pure.
Sembra un dettaglio.
Non lo era.
Nei nostri quartieri c’era una sottile linea che divideva i destini di noi bambini.
Se eravamo figli di operai, piccoli commercianti, impiegati, andavamo a scuola e le nostre famiglie erano particolarmente attente che prendessimo almeno un diploma. Ma molti di noi sono arrivati all’università, laureandosi in certi casi.
Poi c’erano gli altri, quelli che Marx aveva definito sottoproletari, quasi sempre invischiati sin da ragazzini in faccende criminali.
Non avevano modelli positivi, i nostri compagni di gioco.
Spesso, un padre in galera.
Una madre che vendeva le sigarette di contrabbando.
Poi venne il fumo.
Poi venne l’eroina.
La povertà rimase, quella di sempre.
Con l’illusoria mobilità sociale che in certi casi garantiva il crimine.
E la linea diventò sempre più spessa, come un muro che divide due popoli che abitano la stessa terra senza riuscire più a trovare una lingua comune per capirsi.
Noi, i regolari, avevamo una famiglia dallo stipendio modesto ma costante a garantire la permanenza dalla parte giusta della barricata.
Poi avevamo la scuola che era pubblica e gratuita.
Avevamo il PCI a spiegare ai nostri padri che solo la cultura ci avrebbe permesso di emanciparci.
Era questo che ci faceva rigare dritto, quando il nostro compagno si presentava a scuola su un’Honda Vt 500 Custom a quattordici anni e noi sognavamo il motorino.
Credetemi, non è un’esagerazione, io l’ho visto.
I film ci raccontavano storie di redenzione e di speranza.
Di emigranti che partivano dalla Sicilia, dalla Basilicata, dalla Puglia, dalla Campania, per raggiungere Milano, Torino, la Francia, la Svizzera, l’America.
Di lotte, battaglie civili, di emancipazione.
Venivamo educati a pensare che il futuro sarebbe stato meglio del presente.
E del passato dei nostri padri.
Gli altri, finita l’epoca dei Super Santos e delle cerbottane, li perdevamo di vista. Ogni tanto sapevamo che uno era diventato ‘o boss. Qualcun altro lo vedevamo con la faccia nel suo stesso sangue. Con il corpo riverso sull’asfalto o sul pavimento di un bar.
Io me ne ricordo tre, ragazzi che avevo visto crescere, dalle parti di Piazza Ottocalli.
Quando osservai la sagoma dei loro corpi sotto il lenzuolo bianco, pensai che se fossero stati figli di mio padre e del Partito non avrebbero fatto quella fine. Avrebbero avuto bisogno di qualcuno che li tenesse al riparo dall’illusione del potere e della ricchezza facile, che si traduceva molto spesso in morte e anni di galera.
Non avevano avuto nessuno.
Forse è per questo che, mentre difendete il vostro diritto di persone colte a “farvi sensibilizzare sulla camorra”, non vi rendete conto che quella presunta sensibilizzazione è l’Iliade e l’Odissea di questi ragazzini che oggi più di allora sono nati dalla parte sbagliata della barricata.
Esatto, quelli come ‘o Trac, che se si salvano lo fanno solo recitando la parte dei se stessi che voi vi aspettate che siano.
Come si va a vedere le scimmie allo zoo.
I combattimenti dei cani.
Sempre a distanza di sicurezza dai denti.
Al riparo dei vostri Fassbinder e Shakespeare.
Delle lauree e dei viaggi all’estero.
Fingendo di non sapere che oggi i ragazzini dei nostri quartieri devastati da disoccupazione, miseria, abbrutimento, prendono maledettamente su serio quello che voi chiamate fiction, l’autore chiama documentario anticamorra, e loro semplicemente modelli da imitare.
Perché è meglio morire a vent’anni, dopo essere stato boss per sei mesi con la foto sui giornali. Piuttosto che crescere nel nulla che la società civile sa regalare all’oggetto della vostra contemplazione.

Perché voi guardate e lo sapete, che state difendendo solo il vostro diritto di essere sempre e soltanto spettatori.

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